Un altro fatto, un altro spunto per riflettere.
Brevemente ciò che riportano le cronache: un uomo di trent’anni, a Roma, viene sorpreso nell’androne della palazzina dove abita da due persone armate e a volto coperto. Queste lo costringono ad aprire il suo appartamento (dove si trova la compagna della vittima), immobilizzano entrambi ed iniziano a cercare oggetti di valore e denaro. La vittima riesce a liberarsi, ingaggia una colluttazione con gli aggressori, ne disarma uno, esplode un colpo che si rivelerà mortale per uno dei due malviventi, colpito all’arteria femorale: il sopravvissuto fa perdere le tracce portando con se’ il denaro rubato (sembra 10.000 Euro).
Ora la vittima è indagata per omicidio volontario (accusa che probabilmente verrà derubricata in eccesso colposo di legittima difesa), ma quel che è peggio è l’opinione diffusa (che ho rilevato leggendo vari blog e alcuni commenti sui giornali) che tende nella maggioranza dei casi a colpevolizzarla.
Di qui la prima riflessione: chi spara sbaglia. Non importa perchè, non importa cosa ha portato a sparare, nemmeno di chi è l’arma. Agli occhi di chi guarda chi tira il grilletto sta comunque esagerando.
In linea di principio, sparare per difendere un oggetto o del denaro mi trova contrario; allo stesso modo colpire qualcuno che ha già rinunciato al suo intento e sta fuggendo non è opportuno (ma non è sicuro che questo sia il caso). Nella fattispecie, però, non vedo cosa altro avrebbe potuto fare il protagonista della vicenda.
Secondo punto: la vittima non era armata. Allora mettiamoci un attimo solo nei suoi panni. Si trova a dover difendere se’ stesso e una seconda persona da due individui, non propriamente cortesi ma evidentemente armati: questi danno prova di aver poca pazienza e molta determinazione con minacce e violenze. Riesce a trovare il coraggio di liberarsi e di scagliarsi comunque contro gli aggressori, ha anche la sveltezza sufficiente a disarmarne uno mettendosi così in posizione paritaria. A questo punto la scelta è obbligata: non si sa ancora (e forse non si saprà mai) se il colpo sia partito durante la colluttazione o se sia stato esploso deliberatamente quando la vittima si era già “disimpegnata” (e questo farà forse la differenza in sede di procedimento), ma di fronte al rischio di essere comunque uccisi, cosa avreste fatto voi ?
Per quanto io possa essere prudente ed “assennato”, non trovo un motivo per biasimare questa persona: la situazione di evidente pericolo e di emergenza, unita alla concitazione di una lotta (inizialmente impari) giustifica gli eventi oltre ogni dubbio. Il fatto che i colpi esplosi abbiano provocato la morte piuttosto che un semplice ferimento è da considerare al livello di un incidente.
Ora mi permetto un “volo pindarico” e mi spingo un po’ avanti: se invece la vittima fosse stata armata ? Sarebbe cambiato qualcosa ? Se già dall’ingresso nell’androne e dall’incontro con i due malviventi avesse potuto contare su una possibilità di difesa maggiore ? Azzardo un’analisi: in primo luogo, le probabilità di spostare l’azione all’interno dell’appartamento, coinvolgendo e mettendo a rischio anche una quarta persona (la compagna) sarebbero diminuite notevolmente. Difficilmente avrebbe corso il rischio di portarsi gli aggressori “dentro casa”, dove peraltro sapeva di avere minori possibilità di movimento. Un qualsiasi diversivo (visto come ha agito, è probabile che ne sarebbe stato capace) gli avrebbe permesso di divincolarsi e rispondere. Nella migliore delle ipotesi gli aggressori (che da come sono andate le cose non sembravano molto propensi a far fuoco) avrebbero rinunciato, nella peggiore sarebbe nata una sparatoria alla Quentin Tarantino. Realisticamente mi attesterei su una “via di mezzo”: la cosa certa è che l’effetto sorpresa a favore della vittima avrebbe permesso a quest’ultima di agire in maniera meno impulsiva ed in maggior sicurezza.
La mia visione personale (ovviamente di parte, ma non potrebbe essere altrimenti) è in conclusione questa:
Chi organizza una rapina o un’aggressione a mano armata, conta sul potere intimidatorio dell’arma piuttosto che sul suo effettivo utilizzo, soprattutto confida nel fatto che (a meno che l’obiettivo non sia un portavalori) la vittima non sarà in grado di rispondere con gli stessi mezzi. Nel caso che trattiamo, il rapinatore sopravvissuto avrà certamente imparato che quella particolare persona è “qualcuno da lasciar perdere” (un eufemismo per indicare qualcuno che ha il coraggio e la capacità di slegarsi, fronteggiare due aggressori e disarmarne uno), ma nulla lo tratterrà dal riprovarci con qualcun altro.
Se invece fossero un po’ meno sicuri in merito alla mancanza di armi ? Se almeno una rapina, una violenza, un’aggressione su tre trovassero una risposta armata ? E’ possibile ipotizzare che le persone animate da cattive intenzioni penserebbero una volta in più prima di agire ? Certo, il rischio “far-west” è dietro l’angolo, ma di fatto (come non mi stancherò mai di dire) finchè i malviventi girano armati non c’è motivo per cui non debbano farlo gli altri.
Non si tratta di alta filosofia o di disquisizioni sui massimi sistemi, il mio è un ragionamento “terra-terra”: l’individuo ha il sacrosanto diritto di difendere la sua vita e quella degli altri con tutti i mezzi possibili, l’individuo più debole ha diritto ad un’opzione di parità. La possibilità di soccombere è contemplabile solo in un contesto dove le forze siano equilibrate, altrimenti diventa una certezza, e questo è inaccettabile.
Pubblicato in Generale | Tag: difesa, aggressione, rapina, fatti di cronaca, romanina, intimidazione